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Fatti e personaggi di una lunga storia
L'Open d'Italia iniziò nel 1925 sul percorso dell'Alpino di Stresa quando sul tee di partenza di presentarono tre giocatori in giacca e cravatta
di Nicola Montanaro
Dall'Alpino di Stresa al Castello di Tolcinasco: una lunga storia per un incredibile intrecciarsi di personaggi e di episodi, di clamorose imprese e di delusioni, di campioni che hanno nobilitato l'albo d'oro dell'Open d'Italia e di altri che hanno dato lustro al torneo pur non vincendo. E' difficile pensare, a distanza di ottantatre anni, che il primo fu disputato da tre distinti signori in giacca e cravatta, perché basta un indumento antipioggia a rendere impacciati i movimenti. Ne dovettero essere consci William H. Jolly e Luigi Prette, che in quel lontano giorno di settembre del 1925 saliti sul tee di partenza si tolsero appunto la giacca, ma non Francesco Pasquali, che si limitò ad abbottonarla accuratamente prima di eseguire swing perfetti.
All'epoca il campo non veniva posto sotto la lente d'ingrandimento dei meticolosi esperti dell'European Tour: il tracciato non era stato ancora completato e la pioggia ne aveva peggiorato le condizioni, soprattutto ai limiti delle piste dove si poteva trovare di tutto, dal fango a un rough inestricabile. Pasquali completò le 36 buche in 154 colpi, uno in meno di Jolly e inaugurò l'albo d'oro che poi si rivelò piuttosto avaro con gli italiani. Nato a Bientina, in provincia di Pisa il 17 luglio 1894, il primo vincitore dell'Open aveva praticamente sempre vissuto in Francia, fino a quando qualcuno gli disse che stavano costruendo un nuovo percorso a Stresa. Probabilmente spinto dalla curiosità volle visitarlo proprio pochi giorni prima della gara e non se ne andò più. Ne è stato il mitico maestro fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1977 quando aveva 83 anni. Ebbe il supporto di uno dei suoi quattro figli, Giacomo, che poi ne continuò l'opera fino alla sua morte (1998).
Pasquali ottenne l'unico successo italiano nel periodo anteguerra, in cui si avvicendarono numerosi grandi campioni. Nella seconda edizione si impose August Boyer destinato a stabilire il record di successi con ben quattro (1926, 1929, 1930, 1931), poi emulato da Flory Van Donck. In tutto partecipò a sei Open d'Italia, terminando secondo nelle altre due occasioni in cui non vinse. Il francese fu considerato uno dei professionisti più forti in assoluto dell'epoca, dotato di uno straordinario gioco corto con il quale sopperiva alla relativa lunghezza dal tee.
Il belga Flory Van Donck aveva ventisei anni quando nel 1938 s'impose a Villa d'Este nell'ultimo Open in calendario prima della guerra mondiale. Sempre elegantissimo, era un autentico gentiluomo tanto che si sentì in dovere di difendere il titolo nel 1947, quando il torneo riaprì i battenti a Sanremo. Prevalse in una accesa battaglia contro Aldo Casera, anch'egli un signore dei fairways. Poi completò la quaterna nel 1953 e nel 1955.
Altri due personaggi caratterizzarono il periodo anteguerra, Percy Alliss e il senatore Agnelli, nonno di Gianni. Alliss fu il terzo vincitore in ordine cronologico (1927). Concesse il bis nel 1935, ma viene ricordato in stretto abbinamento con suo figlio Peter che conquistò il titolo nel 1958, unico caso di doppio successo in famiglia.
Il senatore Agnelli, invece, precorse con grande lungimiranza i tempi lanciando la prima vera campagna promozionale per il turismo golfistico. Per pubblicizzare il percorso che aveva fatto costruire con dovizia di mezzi a Sestrieres ingaggiò Henry Cotton, il quale vantava già nel suo palmares due Open Championship, con l'intenzione di attirare i facoltosi appassionati inglesi. Cotton sbaragliò gli avversari e il senatore centrò in pieno il suo obiettivo. Dalla Gran Bretagna ci fu una sorta di pellegrinaggio per giocare sul campo reso improvvisamente famoso dal campione. L'effetto, però, si esaurì rapidamente a causa dell'evento bellico.
Con la ripresa a Sanremo ebbe inizio la seconda delle tre fasi in cui si può dividere la vita dell'Open d'Italia, sicuramente quella più favorevole ai colori azzurri. Ci furono, infatti, i successi di Aldo Casera (1948) e Ugo Grappasonni (1950-1954) e per ben nove volte gli italiani si classificarono secondi. Casera e Grappasonni erano due dei "tre moschettieri" che dominarono la scena nazionale in quel periodo. Il terzo, Alfonso Angelini, non riuscì a fregiarsi del titolo, ma si classificò secondo per tre volte (1950, 1958, 1959). Angelini, comunque, vanta un record prestigioso, probabilmente destinato a rimanere imbattuto, fatto di undici successi nel Campionato Nazionale Omnium. Con loro va ricordato Pietro Manca "the teacher", secondo nel 1948, che accompagnava il trio nelle trasferte all'estero in qualità di capitano-giocatore negli incontri internazionali della compagine pro.
Tra i personaggi dell'epoca va ricordato Hassan Hassanein, che nel 1949 impedì a Casera il bis. L'egiziano, allora trentenne, era un fior di giocatore che, tra l'altro, battè il famoso australiano Norman Von Nida nella finale dell'Egyptian Match Play nel 1951. Ebbe un destino tragico: perse la vita per lo scoppio di una stufa a kerosene nel 1957. Casera fu ancora secondo nel 1960 a Venezia alle spalle di Brian Wilkes, anno in cui l'Open si fermò nuovamente.
Rimase in naftalina fino al 1971, quando riapparve sul percorso di Garlenda, dove s'impose Ramon Sota, zio di Severiano Ballesteros. La gara entrò così nella fase moderna, pur essendo ripartita ancora in maniera artigianale. Salirono alla ribalta campioni di ieri (Billy Casper che nel 1975 trionfò a Is Molas alla bella età di 44 anni, giocatore vincente più anziano), del momento (Tony Jacklin, 1973, Peter Oosterhuis, 1974, Dale Hayes, 1978) e del domani (José Maria Cañizares e il giovanissimo Bernhard Langer che superò in play off a Firenze gli altrettanto emergenti Seve Ballesteros e Ken Brown).
Vennero altri due titoli per gli italiani con Baldovino Dassù (Is Molas, 1976) e con Massimo Mannelli (Roma, 1980). Il primo stabilì con otto colpi il primato relativo al maggior distacco inferto al secondo classificato (nell'occasione Manuel Piñero e Carl Mason), ma ne vanta anche un altro nel circuito continentale: infatti è uno dei pro che hanno effettuato un giro in 60 colpi (Crans Sur Sierre, Suisse Open, 1971, undici sotto par) in un tour dove nessuno è ancora sceso a 59.
Mannelli ebbe in John Bland, ottimo giocatore sudafricano ancora in attività nel Seniors Tour, l'avversario più agguerrito, ma mise in fila gente del calibro di Nick Faldo, Greg Norman e Bernhard Langer già in rampa di lancio.
Quasi alla fine degli anni Ottanta l'organizzazione dell'Open d'Italia assunse un aspetto manageriale, con l'intervento di società che rischiavano in proprio. Furono ingaggiati protagonisti di peso e tornò Greg Norman, questa volta al top della carriera. Nel 1988 a Monticello sulle prime prese un po' sotto gamba l'evento. Tra un giro e l'altro si concesse qualche distrazione ed ebbe il tempo di recarsi a Maranello per acquistare una Ferrari. Poi nell'ultimo turno cambiò decisamente marcia, ma riuscì a sorpassare l'australiano Craig Parry solo nelle ultime buche ed evitare la figuraccia.
Seguirono gli Open organizzati dalla Promomax del compianto Mario Pinzi. Erano quasi di casa Severiano Ballesteros e José Maria Olazabal, che non vinsero mai, e Pinzi ebbe anche un incredibile colpo di fortuna nel 1991 quando, ingaggiati per tempo Ian Woosnam e lo stesso Olazabal, se li vide arrivare a Castelconturbia dopo essere stati grandi protagonisti al Masters di Augusta dove si classificarono nell'ordine al primo e al secondo posto. Furono però beffati da Craig Parry, soprannominato "Popeye", che sull'onda di quel titolo ha inscenato una buona carriera. Terzo terminò Costantino Rocca, che ebbe occasione di vincere nel 1995 a Le Rovedine, ma nel finale prevalse Sam Torrance, al secondo centro dopo quello del 1987.
L'albo d'oro fu firmato anche da Sandy Lyle (1984, 1992), da Eduardo Romero (1994) e per la seconda volta da Bernhard Langer (1997), quindi venne un periodo di ristrettezze intervallato però dall'edizione sontuosa di Torino nel 1999, targata Fiat. La gara si trasformò in una bella rampa di lancio, che portò alla scoperta di Ian Poulter (due titoli nel 2000 e 2002).
Nuova svolta nel 2003, quando la Federazione Italiana Golf ha preso in mano le redini dell'evento con un proprio Comitato Organizzatore, affidato a Donato Di Ponziano, completando l'opera con la sigla di un lungimirante accordo con l'European Tour. In tale contesto è giunta la settima vittoria italiana ottenuta nel 2006 da Francesco Molinari, dopo un'attesa lunghissima durata ventisei anni. Secondo le statistiche dell'European Tour, il torinese è il vincitore più giovane (23 anni e 180 giorni), primato strappato a Baldovino Dassù che a Is Molas aveva 23 anni e 355 giorni. Tali statistiche, però, partono dal 1972: In realtà tale record spetta ad August Boyer, che conquistò il primo dei quattro titoli all'età di diciotto anni. |